Patrimonio?

ritratto di Angelo Sciortino

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Ben venticinque secoli fa Atene esercitò il ruolo di “faro della civiltà”; Roma non fu tale, ma creò i presupposti perché quella civiltà si diffondesse per tutto il Mediterraneo; Firenze nel '500 fu la patria di artisti e poeti, che fecero inventare allo studioso tedesco il termine di Rinascimento per indicare la rinascita dell'uomo dopo i famosi “secoli bui” del Medioevo; la Vienna del primo Novecento ci ha lasciato una cultura scientifica e umanistica impareggiabile. Nessuna di queste Città ebbe riconoscimenti di sorta, eppure non c'è oggi uomo di cultura, che non si senta in debito con esse.
Da alcuni decenni sono in tanti i politici che chiedono che la loro città, la loro regione o anche un suo piccolo sito siano considerati “patrimonio dell'umanità”. La richiesta è inversamente proporzionale al rispetto che essi hanno dimostrato e ancora si apprestano a dimostrare nei confronti di ciò che chiedono di riconoscere eccellente. Somigliano ad albergatori e a locandieri, che vorrebbero ricevere ancora turisti, anche quando è stata distrutta ogni attrazione e ogni panorama, anche quando l'arte antica di secoli viene oltraggiata o dimenticata.
L'opposto accadeva, per esempio, proprio ad Atene, dove coloro che distruggevano opere d'arte venivano severamente puniti. Persino dagli scintoisti giapponesi ci arriva una lezione: tutto ciò che è bello e colpisce la nostra mente viene definito un kami, un dio non soltanto da rispettare, ma anche da venerare. In Italia da alcuni anni accade il contrario, in Sicilia accade ancor più il contrario, a Cefalù, infine, quello che è accaduto e accade supera ogni più perfida fantasia.

Ci vuole proprio una perversa fantasia per dimenticare le nostre tradizioni arabo-normanne, trasformando nomi di tale origine, come Prissuliana o Calura;

ci vuole ancora più fantasia per abbandonare all'incuria esempi di quell'arte;

ci vuole una impareggiabile ottusità per aver trasformato il Centro e la Periferia del Paese in un oltraggio alla bellezza paesaggistica.

Ora chiediamo un riconoscimento dell'Unesco per questo patrimonio che abbiamo distrutto. Lo chiediamo, perché potrebbero derivarcene finanziamenti e aumenti di flussi turistici. In una parola, aumenti d'incassi, da utilizzare per continuare la nostra opera di distruzione.

Smettiamola e rimproveriamoci di avere oltraggiato per troppo tempo un patrimonio, che questo riconoscimento lo meritava. Rimproveriamoci di usare il nome di Ruggero II per kermesse di provincia, perché se quel grande Re tornasse in vita, non avremmo alcuna possibilità di sfuggire alla sua ira e alla sua punizione.

Auguriamoci che l'Unesco non ci dia mai il riconoscimento che meritiamo e che nessuno ci additi come esempio di come non dev'essere chi ama il proprio paese.