Ragionamenti sopra Palazzo Villelmi de Falesia

Ritratto di Salvatore Varzi

22 Giugno 2017, 22:29 - Salvatore Varzi   [suoi interventi e commenti]

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Ragionamenti sopra Palazzo Villelmi de Falesia.

 

La storia di Cefalù è lunga e travagliata e per certi versi ancora lontana dall’essere pienamente scoperta e compresa. Particolare è la storia di un edificio cefaludese, palazzo Villelmi de Falesia, che per molti è considerato quello sito ad angolo tra via Mandralisca (ex Strada Badia) e il Corso Ruggiero (ex Platea Magna) con una bellissima finestra angolare al primo piano ed oggi adibito a B&B.
Il primo documento in cui si parla di questo edificio è una delle pergamene della Cattedrale datata 1159, oggi conservata presso l’Archivio di Stato di Palermo (1), in essa viene riportata la donazione di una casa che il Vescovo Bosone (1157-1172) fa a favore dell'Arcivescovo di Messina Roberto: “domus que fuit quondam fratris nostri Bosonis de Gorram […] cuius termini sunt isti: ad orientem habet domum Leonis Muratoris, ad meri­diem vicum publicum qui descendit a domo regia ad Sanctum Georgium, ad occidentem domum Willelmi de Falesia generis predicti Bosonis de Gorram, ad aquilonem vero habet murum civitatis extensum usque ad domum predicti Leonis Muratoris unde presentes termini initium habuerunt”.
In realtà, sarebbe più corretto chiamare l’edificio palazzo Falesia, in quanto il Villelmi non è altro che il nome del proprietario, erroneamente interpretato. Difatti Villelmi, ossia Willelmi in latino, italianizzato sarebbe il nome Guglielmo, quindi casa di Guglielmo de Falesia.
Inoltre era convinzione, fino a qualche decennio fa, che la Domus Regia o Domus Rogeriana fosse Palazzo Maria dei baroni di Alburquia e Capuano, e ciò portò alla errata considerazione che il palazzo ad angolo della piazza altri non fosse che palazzo Falesia.
Se analizziamo l’assetto urbanistico di Cefalù possiamo ben identificare la collocazione della casa di Bosone de Gorram citata nel contratto, che a nord risulta confinante con le mura della città, a est con la casa di Leone Muratori, a sud prospetta sulla via che discende dalla Domus Regia fino alla chiesa di San Giorgio e ad ovest confina con la casa di Guglielmo de Falesia, familiare di Bosone.
Da questa analisi si deduce allora che la casa di Guglielmo de Falesia prospettava nell’odierna via Vittorio Emanuele (ex Platea  Inferior) e non sul piano del duomo.

Desta curiosità inoltre anche il “vicum publicum qui descendit a domo regia ad Sanctum Georgium” l’odierna via Porto Salvo in cui apprendiamo l’esistenza di una domus regia erroneamente identificata da alcuni studiosi nell’Osterio Magno, da altri nel Palazzo Maria, mentre è ormai certo che essa si trovi inglobata all’interno del Palazzo Vescovile, in quella parte, adiacente alla Canonica, anticamente chiamata quarto di Ruggieri. (2)

Ma allora, se non è palazzo Falesia, a chi apparteneva realmente il palazzo ad angolo tra via Mandralisca e Corso Ruggiero?
Ad aiutarci è la superstite finestra con colonnina di chiara influenza rinascimentale, che reca nell’architrave un’interessante iscrizione che così recita:

VIRTVS ∙ SOLA ∙ PRESTAT ∙ GAVDIVM ∙ P(ER)PETVV(M ∙ SECVRVM)
DECORATA  ANNO DÑI  (15)96  GA.................VS  D: SIMON DE MARTINO

La frase è di Lucio Anneo Seneca e proviene dalle Epistulae Morales ad Lucilium, Liber III, 27.3, e tradotta in italiano suona così: “Soltanto la virtù procura una gioia stabile e sicura”. Essa implica una conoscenza di un certo livello dei classici latini, che non erano certamente alla portata di tutti sul finire del XVI secolo.
Chi era Simone de Martino?
Nato nella seconda metà del 1500 dal notaio Giovanni Leonardo e da Giovannella de Martino, intraprende fin da subito gli studi umanistici e segue le orme paterne diventando notaio come il padre.
Il notaio Simone verrà eletto nel 1596 giurato della città di Cefalù. La finestra angolare con la frase di Seneca potrebbe essere stata realizzata per ricordare questo avvenimento, in quella che un tempo fu la sua casa e studio. Il nostro, il 25 novembre 1597, sposerà Luisella Guerreri, figlia del dottor Francesco e di Caterina sua moglie. Dalla loro unione verranno al mondo tre figli: Giovannella, Flavia e Giovanni Leonardo. Simone de Martino morì il 30 agosto 1605 a Cefalù e venne sepolto all’interno della antica chiesa del Monastero di Santa Caterina, dove qualche anno dopo verrà sepolta anche la moglie.
Volendo trarre le conclusioni, possiamo dire che la casa di Guglielmo de Falesia, ormai perduta nella sua forma originaria, si trovava in via Vittorio Emanuele, confinante con la casa del vescovo Bosone de Gorram, prospiciente la via Porto Salvo. Questa via, in tempi pre-rinascimentali, era asse di collegamento tra la Domus Regia e la chiesa di San Giorgio. Dunque, quello che per oltre un secolo venne considerato palazzo Falesia, altri non è che l’antica abitazione e studio del notaio Simone de Martino, giurato di Cefalù nel 1596.

Note:

  1. Il testo inte­grale è pubblicato in C. e M. Valenziano, La basilica cattedrale di Cefalù nel periodo normanno, 1979, pag. 39, nota 32.
  2. Antonio Maria Musso (1726-1811), in Storia del vescovado e delle prerogative del ricchissimo Tempio di Cefalù (manoscritto non ultimato), conservato presso l’Archivio Storico Mandralisca, scrive a pag.70 “Ancorchè il Palaggio Vescovile non appartiene alla storia della Chiesa; tuttavia essendo parte di essa qual soggiorno del Vescovo, mi si permetta di dare un saggio della primitiva costruzione dell’istesso in grazia dei nostri Pastori perchè oggidì  tutto diverso, e nobilitato si scorge. Sappiasi dunque, che l’edificio del Palaggio Vescovile eretto dal Re Ruggieri consisteva nel Salone attuale, ed in alcune capacissime camere col prospetto a mare. Nella prima camera presso il Salone all’entrare a man destra eravi il camino del fuoco dentro l’ambito del muro, per riscaldare la camera in tempo d’inverno, nel di cui architrave di pietra inciso si leggeva «Nec prope nec procul». A questa seguivano altre due camere l’ultima delle quali adereva alla Canonica; questo edifizio comunemente si denominava il quarto di Ruggieri. Oggidì trasmutato in Cappella, e Foresteria. Il portone, ovvero entrata del Palaggio era situato lateralmente a piè del destro campanile con una porta adornata di pietra intagliata d’ordine rustico, seguiva un piccolo Atrio, e scala lapidea, la quale terminava con un bislungo terrazino prima di entrare nella gran Sala”. E ancora, ivi pagg. 165-66: “Ebbe egli (il Vescovo Francesco Vanni, nda) la gran premura di riformare, e nobilitare il Palazzo Vescovile avendo primieramente mutato e trasferito l’antico Portone che era situato in fondo a canto del destro campanile. Per la qual cosa bisognò discavare quel pezzo di strada che conducea al detto portone di circa palmi otto. Avendo aperto un nuovo, ed elegante portone nel centro del lato sinistro di detta strada corrispondente al piccolo giardino, e perciò fece diroccare quel muro e di ben nuovo lo costrusse con alcune necessarie officine di cavalleriza, carretteria, e simili capace di sostenere la volta reale su di cui eresse un vago terrampio e lungo terrazzo, o vero loggia scoverta circondata di parapetti di ferro. Il rimanente del giardino lo trasmutò in spazioso atrio. […] Dispose tutte le camere in tre quarti nobili, e dell’antico quarto eretto dall’invitto Re Ruggieri ne formò un’elegante Cappella, e la foresteria”.