Il "Turniali" della Cattedrale di Cefalù

Ritratto di Francesco Agostaro

9 Giugno 2020, 10:16 - Francesco Agostaro   [suoi interventi e commenti]

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Un articolo del giornale “Quale Cefalù” (http://www.qualecefalu.it/node/23837) che tratta del sagrato della cattedrale di Cefalù, riporta una notizia a mio avviso singolare e per certi versi  strana, tanto da essere stato indotto a cercare riscontri per verificarne la veridicità.

Si legge nell’articolo che il “turniale” “funzionò come cimitero fino all’applicazione dell’editto di Saint-Cloud  (1831) che vietò i seppellimenti nelle aree urbane”.

E’ strana la data (1831) perché, sia che si riferisca all’editto, sia che si riferisca all’applicazione, non trova collocazione storica. Infatti, l’editto napoleonico di Saint-Cloud fu emanato nel 1804 e, nel 1806, con un provvedimento dal titolo “Editto della Polizia Medica”, fu esteso a quella parte dell’Italia che Napoleone aveva annesso. Era dunque escluso il Regno di Sicilia che rimase sotto il Regno borbonico fino all’arrivo della spedizione garibaldina.

Risulta inoltre impensabile che nel 1831, dopo il Congresso di Vienna, uno Stato autonomo e sovrano come quello dei Borboni finisse semplicemente per “applicare” la normativa dello Stato rivale.

Forse si voleva sostenere che nel 1831 in Sicilia furono adottate normative simili a quelle napoleoniche  in materia di cimiteri.

Ma anche quest’ultima affermazione non trova riscontro storico, neppure nella cronistoria sui provvedimenti adottati dai Viceré, luogotenenti e presidenti del Regno, elaborata da Giovanni Evangelista Di Blasi.  Nel 1830 il nuovo Re Ferdinando II nominò  come suo luogotenente in Sicilia il fratello Leopoldo Borbone, Conte di Siracusa, che giunse a Palermo il 5 febbraio 1831. Tra gli atti dei Viceré, del Luogotenente e della sua amministrazione non c’è traccia di provvedimenti in materia di cimiteri e campisanti adottati tra il 1830 e il 1834.

Dunque, la notizia che in Sicilia sia stata applicata la normativa napoleonica in materia di cimiteri con la rispettiva data del 1831 risulta essere una notizia infondata fino a prova contraria.

Spesso, nel fare codeste affermazioni si dimentica che la Sicilia è stata parte del Regno Borbonico delle Due Sicilie fino all’arrivo delle spedizioni garibaldine. Napoleone non mise mai piede in Sicilia e le sue truppe furono fermate a Messina al primo tentativo di invasione, col concorso determinante delle armate inglesi.  Nel 1831 la corte dei Borboni era tornata a Napoli da 15 anni e Napoleone era morto da 10.

Indagando invece sulle politiche e gli atti compiuti dai singoli Viceré si possono trovare informazioni documentate  circa i provvedimenti da essi adottati.

Risulta, infatti, che di cimiteri si occupò Domenico Caracciolo, Marchese di Villamaina, che assunse la carica di Viceré di Sicilia il 14 ottobre 1781  e la mantenne fino al 1786.

Il Caracciolo era stato ambasciatore in Francia ove si era nutrito delle idee illuministiche che vi si erano diffuse. Arrivato in Sicilia adottò una politica di riforme  di ”buon senso”, anche se molto spesso incontrò l’ostilità soprattutto da parte del baronaggio locale che lui voleva ridimensionare.

Tra le sue riforme emerge quella dell’abolizione del tribunale del Sant’Uffizio nel 1782 e quella del l’istituzione dei Campisanti fuori delle città nel 1783, l’anno del terremoto di Messina.

Lo fece per “sgombrare il paese dai malefici influssi dei cadaveri che seppellivansi la più parte in città nelle chiese”.

A Palermo egli comprò un terreno lungo il fiume Oreto e vi fece costruire un camposanto. I Palermitani tramandano la memoria del Caracciolo con la dedica di una piazza della loro città.

Non risultano altri provvedimenti normativi in merito fino al R.D. n. 1265 del 1935 che stabilisce l’ubicazione e le caratteristiche dei cimiteri.

Dunque l’editto napoleonico non c’entra nulla con l’utilizzazione del sagrato della cattedrale di Cefalù che, probabilmente, cessò di essere usato come cimitero quando furono applicati i provvedimenti di buon senso adottati dal Viceré Domenico Caracciolo.

Le considerazioni sul sagrato di Cefalù hanno fornito l’occasione di approfondire la conoscenza di un frammento della storia della nostra Sicilia che nel periodo Borbonico aveva raggiunto uno sviluppo sicuramente non inferiore a quello degli altri Stati italiani anche per merito di alcuni personaggi illuminati, come il Caracciolo, di cui i re Borboni ebbero l’intelligenza di circondarsi.

Per quanto riguarda il “turniali”, altri importanti aspetti meriterebbero un approfondimento. Sono da spiegare soprattutto le motivazioni che hanno determinato gli ampliamenti della struttura e la sovrapposizione costruttiva che si trova documentata in maniera evidente nella fiancata Nord del recinto.

Soprattutto c’è ancora da approfondire se quegli ampliamenti furono dovuti a scelte di tipo architettonico oppure a stati di necessità determinati, magari,  da epidemie o altro.

Certo è che l’aspetto fin troppo massiccio e invasivo del “turniali” rispetto alla piazza pone interrogativi e esige ancora appropriati chiarimenti.

                                                                                  Francesco Agostaro