L'inferno fiscale del Self Publishing

Ritratto di Marco Bonafede

11 Marzo 2014, 22:42 - Marco Bonafede   [suoi interventi e commenti]

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Io guadagno col self pubblishing una cifra insignificante rispetto al mio reddito “normale”. La mia situazione non è diversa da quella di moltissimi altri autori, sia in Italia che all’estero. Alcune statistiche dicono che sia nel campo delle app che degli ebook in self pubblishing, il guadagno medio per singola opera è di circa 200 dollari. Il che significa che accanto ad app o ebook che vendono migliaia di copie e hanno un fatturato di migliaia di dollari, moltissime producono redditi vicini allo zero.

In questo non c’è nulla di male, da sempre solo 1 libro su 10.000 ha successo. Parecchi lamentano l’eccesso di produzione, ma secondo me è un bene che nessuno possa decidere quale libro è “in eccesso”.

In Italia il fenomeno del self pubblishing riguarda dai 15.000 ai 30.000 autori. Per calcolarla basta pensare che ci sono almeno 10.000 autori che hanno pubblicato su ilmiolibro.it e 4.000 su amazon.it in modalità KDP (Kindle Direct Publishing) . Alcuni certamente pubblicano su ambedue i siti, ma esistono numerosi altri siti di self pubblishing, per cui 15.000 è un calcolo minimale. Questo significa che 1/4 o 1/3 dei titoli pubblicati in Italia è self pubblishing (titoli, non tiratura). Si tratta di un fenomeno che sarà in crescita ancora per molti anni.

Col self publishing tutti possono pubblicare, e la motivazione per farlo è quasi sempre personale, non economica. Vendere su Amazon.it 5000 copie di un romanzo a 0,99 Euro (un successo clamoroso in Italia) significa guadagnare 1732,5 euro, più o meno uno stipendio lordo mensile medio-basso.

La fatica che bisogna fare per pagare le tasse sul reddito da self publishing (fare il conto di quanto si è incassato, stampare le mail di accredito, andare dal commercialista, ecc.) equivale ad una giornata di lavoro, e costa spesso più del reddito ottenuto.

Mettiamo in chiaro una cosa: io non sono contro le tasse.

Le piramidi, l’acropoli di Atene, la muraglia cinese, San Pietro, il Louvre ed il British Museum, le strade, le scuole e gli ospedali delle nostre città li hanno fatti coi soldi delle tasse. La civiltà si paga con le tasse.

E neanche mi associo a chi dice: “Ci sono troppe tasse!” Forse è vero, ma quasi sempre lo urla chi evade.

Però questo non vuol dire che dobbiamo pagare le tasse con un sistema farraginoso che ci sottrae tempo inutilmente. Per piccole cifre non si può essere costretti ad avere a che fare con un inferno fiscale.

Io propongo che il diritto d’autore sia tassato all’origine con una percentuale secca del 5 o del 10 % pagata direttamente dai distributori (ilmiolibro.it, Amazon, Apple ecc.) senza gravare di altro gli autori.

A parte le motivazioni culturali ci sono anche delle motivazioni economiche per cui andrebbe applicata un’aliquota fissa agevolata ai redditi di self publishing. Infatti ci sono delle spese necessarie come quelle pubblicitarie, a volte poche decine di euro – per esempio mettere in evidenza un post su Facebook - che è praticamente impossibile scaricare dalla dichiarazione dei redditi. Inoltre molto spesso gli autori sono dipendenti pubblici o privati e non hanno partita IVA.

Le nostre leggi non rispecchiano l'evoluzione delle tecnologie che consentono il self pubblishing, che sfugge alle categorie lavorative classiche.

Un buon sistema di leggi sul self pubblishing, sul diritto d'autore e sui brevetti sarebbe il migliore “investimento a costo zero” che l'Italia possa fare. Noi non possiamo competere economicamente con le università e le aziende straniere che portano via dall'Italia i laureati che lo Stato Italiano ha formato, con un costo di circa 170.000 euro per ognuno. Ma potremmo essere così lungimiranti da fare delle leggi che rendono l'Italia il posto migliore per pubblicare, tutelare il diritto d'autore, brevettare, il paese con la legislazione più avanzata a tutela degli autori.

Ma se da una parte ci sono adeguamenti giuridici e fiscali che dovrebbe fare lo Stato Italiano, dall’altro ci sono delle innovazioni che bisogna chiedere alle aziende, e che io chiedo alle aziende con cui collaboro: ilmiolibro.it e Amazon.

Io ho scelto di pubblicare print on demand su ilmiolibro.it ed ebook su Amazon per portare al minimo il tempo che perdo in questioni editoriali (caricare files, fare promozioni, impostare prezzi ecc.) La mia è una scelta personale e altre scelte sono altrettanto valide.

Per comodità mi riferirò d'ora in poi solo ad Amazon, ma si intende che le mie osservazioni valgono anche per ilmiolibro.it

Amazon KDP, la principale piattaforma internazionale di self publishing, consente a più persone con vari ruoli (autore/i, traduttore, illustratore ecc.) di pubblicare un libro insieme, ma assegna le royalties solo a chi ha caricato il libro. Come vari coautori si organizzano tra loro dal punto di vista economico non la riguarda.

Nel mio caso collaboro con i traduttori per i miei fumetti. Non si può semplicemente pagare un traduttore: la pubblicazione di un e-book richiede un minimo lavoro di promozione nella lingua della traduzione (annunci su facebook, e-mails, tweets, contatti con siti e recensori) che non è particolarmente pesante, ma che non può essere esattamente quantificata e non si sa quando finisce nel tempo. La scelta migliore è coinvolgere il traduttore negli utili, assegnando una quota adeguata. Ma ecco i problemi:

- Spesso i rapporti col traduttore sono solo via internet ed anche scambiarsi documenti firmati diventa difficoltoso.

- Quando l'autore del libro paga il traduttore, che ricevuta deve farsi fare per detrarla da quanto ha percepito?

Nella pratica, specialmente in caso di piccole cifre, per un autore è meglio accollarsi ingiustamente tutti gli oneri fiscali che cercare di produrre le ricevute di pagamento. Cooperare con altri pubblicando su Amazon è un inferno fiscale!

Tutto sarebbe risolto se Amazon pagasse all'autore ed al traduttore separatamente la propria percentuale di diritti. Basterebbero alcuni passaggi in fase di caricamento degli ebook per potere assegnare percentuali fisse (magari scaglionate in quote standard multiple del 5%) alle varie figure che hanno collaborato al libro.

Non c'è in linea di principio nessuna difficoltà: con le Fan Fiction già c'è un divisione standard degli utili. Le Fan Fiction sono romanzi all'interno di universi narrativi come per esempio “Guerre Stellari”, in cui l'autore deve ottenere il permesso per pubblicare una storia che usa quell'ambientazione e quei personaggi, ma deve concedere una parte degli utili ai detentori di diritti.

Mi sono chiesto perché questa modalità di pagamento già non esista e ho fatto due ipotesi:

1) Amazon teme contrasti tra detentori di diritti che potrebbe coinvolgerla in liti legali. La questione si può risolvere sia con un regolamento che impedisce il ritiro di un'opera se non lo decidono tutti i soggetti, oppure con un regolamento in cui e basta la volontà di uno solo degli aventi diritto. Allora sarà accortezza di chi coopera con altri soggetti utilizzare contratti privati che cautelino da liti (per esempio se un coautore può vuole ritirare la firma lo può fare ma perde i diritti sul lavoro fatto, che diventa di proprietà esclusiva di altri aventi diritto).

2) Consentire una modalità "cooperativa" (usiamo un linguaggio da videogiochi) nel self pubblishing sarebbe avvertito dagli editori classici come una mossa aggressiva di Amazon nei loro confronti. Una motivazione di opportunità potrebbe aver consigliato prudenza in questo senso.

Penso che sia inevitabile che si vada alla modalità "cooperativa", se non altro per motivi fiscali.

La prossima frontiera del self publishing è la cooperazione.

Spero che su fisco e self pubblishing si possa elaborare una proposta comune che vada al di là della mia, correggendola e integrandola.

 

Cefalù, Marzo 2014                                                                                                                                        Marco Bonafede