Cefalù incendiata!

Ritratto di Angelo Sciortino

18 Settembre 2015, 23:46 - Angelo Sciortino   [suoi interventi e commenti]

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In questi giorni ho avuto serie difficoltà psicologiche e culturali a scrivere sulla situazione di Cefalù e, soprattutto, sull'andazzo amministrativo, che connota l'attuale cronaca politica.

Le mie difficoltà non nascevano dalla constatazione che tutti gli amministratori rimanevano sordi a ogni critica e continuavano impunemente a commettere errori su errori in danno della città e del suo futuro. Le difficoltà nascevano, invece e soprattutto, dalla constatazione che fallivo nel tentativo di formare una pubblica opinione consapevole, poiché i cittadini in maggioranza preferivano restare o spettatori passivi o attivi, ma soltanto in modo fazioso. Queste due caratteristiche dell'opinione pubblica cefalutana stanno portando, più ancora degli errori dell'Amministrazione, la città verso la dissoluzione.

È doveroso chiedersi, stando così le cose, che tipo di opinione pubblica abbiamo a Cefalù. E per trovare risposte corrette, non è male cercare nella storia situazioni simili.

Un esempio è quello dell'antica Roma e risale al tempo del populista Gaio Gracco e alla sua legge frumentaria, che stabiliva un prezzo più basso del grano per i più poveri. Di questa legge approfittarono altri politici romani, per procurarsi clientele elettorali e per far sì che non valesse più il principio che aveva regolato la Repubblica: “non potentia sed iure res publica administrabatur”, cioè, lo Stato non veniva amministrato con il potere personale, ma con il diritto.

Per ottenere tutto ciò era necessaria l'esistenza di un'opinione pubblica distratta e non consapevole dei suoi diritti; era necessario che non valesse più quanto diceva Cicerone: cultura animi philosophia est, la cultura, cioè, apre la mente e fa comprendere. Bisognava uccidere la cultura, il buon senso, le buone tradizioni e trarre da questa ecatombe morale il sostegno per dominare.

Ebbene, nella odierna Cefalù è accaduto tutto ciò ed essa è destinata a fare la fine della Repubblica Romana: scomparire. Scomparire come sostegno storico di una politica con lo sguardo al futuro; come esempio morale; come tradizione.

S'impedisce una processione, perché il comitato promotore non è stato voluto dai parroci, ma prima se n'è permessa un'altra, quella del patrono, il cui comitato promotore esisteva soltanto nella fantasia del novello princeps e che aveva a capo un presidente forse non cattolico; si riempiono le vie di sagre alimentari, ma si dimentica un museo, che delle tradizioni e della storia è il testimone; ci si pavoneggia di un riconoscimento UNESCO, ma non si fa nulla per esserne degni.

E non parliamo del dialogo tra il princeps e i cittadini! Esso non esiste quasi. E questa, confessiamolo, è una fortuna, stante i pochi interventi del passato del princeps, tutti inaccettabili da una persona dotata di un minimo di raziocinio. In una cosa soltanto egli somiglia a quelli del passato e a uno in particolare: a quel Nerone, che fece incendiare Roma, ma ne scelse come capri espiatori i cristiani, così come egli oggi svolazza su capri espiatori del passato e del recente, forse altrettanto non colpevoli come i cristiani d'allora.

Un insieme di mistificazioni per le quali non ha trovato alleati, per cui è stato costretto a inventarsi il sostegno di persone mascherate, specialmente su facebook, dove le maschere si chiamano nickname.